Paolo Saporiti

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Paolo Saporiti

Pensieri

Dopo l’uscita de “L’ultimo ricatto” ho sentito forte l’esigenza di potermi esprimere nella lingua natia per poter raggiungere meglio e più facilmente quel pubblico immaginario che nelle giornate di sole viene a riempire e occupare le mie stanze d’ascolto, qui in casa. Con “L’ultimo ricatto”, nella sua totalità, avevo cercato di tradurre l’immagine di un bambino che gioca in una stanza e dell’apocalisse che regna e ha regnato per anni all’esterno e che a volte è riuscita a fare capolino, spalancare le finestre della stanza con le sue folate di vento, gelo e rumore e a penetrare nel corpo e nella mente. Ora il bambino si è fatto adulto, uomo, ed è andato alla ricerca delle proprie radici, della propria essenza e per farlo ha provato a specchiarsi nelle foto di famiglia di quegli anni venti che in qualche modo hanno costruito e portato l’ieri di questo Paese a quello che è oggi, un mondo di possibilità seppur nella enorme difficoltà. L’eredità è pesante, il passato carico di sofferenza ma i visi, i corpi, gli sguardi rimangono uguali, in una maniera quasi sconvolgente.

Volevo un disco accessibile nella forma della parola ma comunque criptico ed ermetico nella sua fruizione. Avvicinarmi al pop ma allontanarmene barricandomi nella torre sicura della sperimentazione e della “nicchia”. Organizzazione del caos emotivo.

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